Il fotografo ha sempre a che fare con il paesaggio, inteso come spazio di relazione tra ciò che è esterno e ciò che è interno.
Ogni immagine nasce da questa soglia: un punto di contatto tra percezione, immaginazione e realtà.
Se nel primo passaggio il paesaggio è stato riconosciuto come esperienza, in questa fase esso viene reinterpretato come sistema di orientamento.
Nasce così il concetto di “mappa”: non una rappresentazione geografica, ma una struttura sensibile, capace di tracciare relazioni, direzioni e tensioni.
Le mappe non delimitano lo spazio, ma lo attraversano.
Indagano polarità e stati opposti — alto e basso, luce e ombra, apertura e chiusura, presenza e assenza — trasformandoli in coordinate esistenziali attraverso cui leggere il mondo.
La fotocamera è il punto di contatto tra ciò che immaginiamo e ciò che percepiamo.
Il paesaggio non è solo uno spazio esterno, ma nasce dall’incontro tra mondo e sguardo: è tutto ciò che i nostri sensi colgono e che genera una risonanza interiore, più in profondità che
in estensione.
Fotografare un paesaggio significa vivere un’esperienza, come se quel luogo fosse stato sognato.
